59 conflitti in corso nel mondo: le guerre dimenticate

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Fonte Immagine: dolcevitaonline.it

L’invasione russa dell’Ucraina è solo l’ultimo di un lungo elenco di scontri armati, attualmente in corso.

L’invasione Russa dell’Ucraina è solo l’ultima di un lungo elenco di conflitti che imperversa nel mondo e al momento non è tra le più tragiche e lunghe; ma il fatto che sia combattuta in Europa accende i nostri animi sconvolgendo e turbando il tram tram quotidiano delle nostre vite.

Al momento nel mondo ci sono 59 guerre in corso, alcune di queste durano da decenni e mietono uomini, donne, vecchi e bambini nel più totale ed assordante silenzio dei mass media.

 Pertanto riteniamo giusto parlarne.

Non tutti sanno che anche le guerre hanno una loro classificazione, una classificazione orribile ma che esiste; si dividono in base al numero di vittime che producono, praticamente sono assimilabili alla produttività di un’azienda. Da qui quindi possiamo affermare che esistono tre tipi di conflitti: le guerre maggiori, le guerre ed i conflitti minori.

I conflitti principali o guerre maggiori al momento in corso nel mondo sono cinque: Conflitto in Afghanistan, Guerra civile in Myanmar, Crisi dello Yemen, Guerra Russo-Ucraina, Conflitto del Tigray in Etiopia.

I conti sono presto fatti, tolte le 5 guerre maggiori al mondo ne restano tra guerre e conflitti minori altre 54; tra questi possiamo affermare che abbiamo al momento altri 18 conflitti significativi di cui 14 in Africa (come quello del Maghreb che da solo ne coinvolge dieci) , 2 in Asia (Siria e Iraq), uno in Sud America (le Farc in Colombia) e l’altro in Nord America (la guerra della droga nel Messico). Ed altri 19 conflitti considerati minori , di cui 11 sono in Asia ed 8 in Africa.

Dai dati si evince che l’Africa o meglio le Afriche sono il territorio più martoriato, in cui a volte è anche difficile definire i confini dei vari conflitti ed isolarli gli uni dagli altri; ma possiamo affermare con una certa sicurezza che nel continente africano ci sono state oltre 46mila vittime di varia natura e decine di milioni di profughi.

La classificazione delle guerre prosegue ancora, dividendosi follemente in: Conflitto mondiale, Conflitto regionale e Conflitto locale. E poi in base ai soggetti che la combattono Conflitto simmetrico (che avviene tra due stati che si fronteggiano con eserciti regolari) e Conflitto asimmetrico (che avviene tra uno stato dotato di esercito regolare e gruppi meno organizzati o milizie locali).

Ma perché si combattono le guerre? Cosa spinge l’uomo a farle? Bene i fattori chiave sembrerebbero essere 5: possesso delle risorse e dell’energia, economia fiorente, pressione demografica, aspetti culturali, cambiamenti nel contesto e crisi climatica.

Osservando quindi questi fattori chiave che portano alla guerra, ci verrebbe da pensare che siamo geneticamente ed antropologicamente destinati alla guerra infinita sino alla completa estinzione della razza umana.

Quindi ci chiediamo siamo condannati alla guerra? Spinti dal mix di pressioni demografiche, culturali e contestuali che sembrano indirizzarci meccanicamente all’autodistruzione per il controllo delle risorse in un Armageddon finale, come citato nella bibbia e in quasi tutti i testi religiosi prodotti dall’umanità?

Non è detto!

Come recita il Sedicesimo Obiettivo degli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, è necessario «promuovere società pacifiche e solidali per lo sviluppo sostenibile, garantire l’accesso alla giustizia per tutti e costruire istituzioni efficaci, responsabili e solidali a tutti i livelli».

E allora veniamo al punto, forse è il caso di prendere spunto dalle società pacifiche che gli esseri umani hanno costruito nella storia?

Un interessante studio redatto dall’antropologo Robert B. Textor diversi anni fa, chiamato Caratteristiche delle società primitive riguardo alla guerra, analizzava le caratteristiche delle società tribali pacifiche con quelle guerrafondaie. Le nove società pacifiche analizzate avevano le seguenti caratteristiche: erano sostanzialmente nomadi, niente agricoltura né allevamenti, niente metallurgia, niente città, dimensioni comunitarie sotto i 50 membri, niente classi.

Inoltre, rispetto alle corrispettive società belligeranti, avevano più attività culturali, niente schiavitù, niente pene corporali, meno tabù sul sesso, meno bisogno di realizzazione, nessuna attenzione alla gloria militare o alla bellicosità, niente giochi di fortuna ma solo d’abilità, bassi livelli di narcisismo.

Ulteriori analisi, come quella condotta da Johan Galtung in "Belligerence among the Primitives" (Bellicosità fra i primitivi), hanno rilevato che le società pacifiche sono più scarse nello sviluppo economico e più forti in cultura di pace.

Quindi è possibile costruire un mondo pacifico restando all’interno della cornice dello sviluppo economico? E in caso non lo fosse, cosa sceglieremmo?

 Forse è arrivato il momento di dare una risposta urgente e collettiva a queste domande prima che tutto finisca, prima che tutto sparisca in una nuvola di polvere senza aver avuto il tempo di scegliere da che parte stare.


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