Don’t Worry Darling (o forse si)

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Fonte Immagine: images everyeye

Il secondo film alla regia di Olivia Wilde, il thriller psicologico più discusso degli ultimi due anni. Vale il costo del biglietto?

Uscito questo giovedì, 22 Settembre 2022, in tutti i cinema italiani (nel resto del mondo è uscito il giorno successivo) “Don’t Worry Darling” è il secondo film che vede alla regia Olivia Wilde (38), dopo il suo debutto con “Booksmart”.

Il film vede come protagonisti principali Florence Pugh (26) e Harry Styles (28), due personalità del mondo dello spettacolo molto amate, anche se in due campi completamente diversi: per lei, il cinema (è infatti una delle attrici più promettenti della nuova generazione di Hollywood); per lui, la musica (è, infatti, una popstar mondiale da almeno 10 anni). Nel cast sono presenti anche altri nomi capisaldi del cinema hollywoodiano: Chris Pine (42), Gemma Chan (39) e Nick Kroll (44), per citarne alcuni.

Il film è un thriller psicologico che segue la storia di Alice e Jack, coppia sposata che vive in una comunità “reclusa” chiamata Victory, situata in mezzo al deserto, nei pressi di un’azienda sperimentale. I mariti trascorrono tutto il giorno a lavoro nel quartiere generale del Victory Project, ideato dall’amministratore delegato, Frank. Le mogli, invece, sono casalinghe che oltre a prendersi cura dei mariti e della casa, possono godersi il lusso e la vita che si sono “guadagnati”, all’interno della loro comunità. Il film è ambientato negli anni ’50.

Film tanto atteso quanto questo - i fan, soprattutto quelli del cantante protagonista, hanno dovuto attendere ben due anni per poterlo vedere al cinema – forse, negli ultimi anni, e soprattutto nel genere di cui fa parte, non si era mai visto. Non sorprende nessuno, poi, che questo film sia stato (da subito) immerso nel gossip più sfrenato (merito anche del protagonista maschile): paparazzate sul set, una relazione tra la regista e il protagonista, voci di tensioni sul set, litigi e chi più ne ha più ne metta.

Ma – come diceva Phineas Taylor Barnum – ogni tipo di pubblicità è pubblicità, l’importante è che se ne parli. E a parlarne se n’è parlato moltissimo: tanta attenzione mediatica a un thriller psicologico non è mai stata data.

Premiere mondiale al Festival del cinema di Venezia (il 5 Settembre), una standing ovation di 4 minuti (interrotta perché l’attrice protagonista doveva tornare sul set del suo ultimo film a Budapest, e quindi è andata via) e un punteggio di 38% su Rotten Tomatoes per un totale di 214 recensioni professionali.

Aggiungiamoci, poi, che questo è uno dei pochissimi film rilasciati dalla Warner Bros quest’anno (uno di due, per essere precisi), quindi c’era ogni tipo di interesse a vederlo decollare anche al botteghino. Sul botteghino, non ci sono dubbi: la critica americana ha predetto un debutto di 20 milioni di dollari durante il primo weekend (e questo senza contare gli altri paesi in cui il film è stato visto).

Artisticamente, però, il film pare non decollare quasi mai; o, se lo fa, avviene troppo tardi e in un modo troppo frettoloso, che lo porta allo scatafascio.

Partiamo dalle cose positive: la fotografia e la regia non sono da buttar via. Il film in sé è molto bello da guardare, molto piacevole agli occhi: la palette di colori risulta gradevole, il design dei set è molto azzeccato (soprattutto tenendo conto del periodo in cui è ambientato), e le scenografie esterne aggiungono quel qualcosa in più che ad un film non fa mai male.

La colonna sonora, poi, è eccezionale (anche se in alcuni momenti può risultare eccessiva). Parliamo sia delle canzoni scelte, che rispecchiano molto bene il periodo storico rappresentato, sia della colonna sonora composta ad hoc da John Powell, che riesce a trasmettere le giuste emozioni nello spettatore nel corso delle scene in cui è presente. La colonna sonora, insomma, riesce a salvare una buona metà delle scene.

Passiamo, però, alle cose che hanno fatto storcere un po’ il naso agli spettatori (senza contare quel largo gruppo di persone che il film lo ha visto semplicemente perché il protagonista è il loro cantante preferito).

Il problema principale di questo film risulta essere nella sceneggiatura. La sceneggiatura originale è dei fratelli Van Dyke, e nel 2019 era stata inserita nella lista delle migliori sceneggiature non prodotte. Questa sceneggiatura (disponibile su internet, per chi volesse leggerla), però, è stata cambiata quasi completamente dalla sceneggiatrice ingaggiata dalla regista, Katie Silbermann (che già ha lavorato in precedenza con la Wilde).

I cambi, purtroppo, non reggono bene al confronto tra le due. Ci sono buchi di trama che saltano all’occhio nella visione del film; molte cose sono prevedibili e scontate; le tempistiche di certe scene e alcune sequenze non sono ottimizzate al meglio. Soprattutto, il film prova in tutti i modi ad essere femminista e a lanciare un messaggio che, purtroppo, non arriva bene allo spettatore. Non vi sono abbastanza spiegazioni su molti punti principali della trama, e alcune delle cose che vengono introdotte (anche interessanti), non vengono approfondite o menzionate più nel corso della trama.

Il taglio che si voleva dare al film era volutamente femminista, ma i film che provano a lanciare un messaggio in ogni modo, purtroppo, a volte risultano banali e scontati.

Altro problema del film, poi, risulta essere la sua durata: il film dura 2 ore e 2 minuti esatti. Le 2 ore, però, non vengono ben sfruttate. Il film parte anche bene, l’avvio della narrazione è ben strutturato. Il problema sta nel mezzo, che dura troppo, con scene che non portano a nulla e che risultano ripetitive. Il finale, poi, è anche troppo arronzato e affrettato.

Il colpo di scena viene lasciato verso il gran finale, ma perde il suo impatto, perché colpisce lo spettatore dopo 1 ora e mezza di un’accumulazione di scene che non fanno nulla per far crescere la suspense (anzi, a volte la spezzano, perché, appunto, non portano a nulla).

Il decollo del film, quindi, va bene (anche se il grande mistero parte forse troppo presto, e senza un evento scatenante ben delineato); la narrazione si perde nella durata del secondo atto e nell’atterraggio del finale: uno è troppo lungo, mentre l’altro è troppo affrettato e confusionario.

La performance migliore, in tutto il cast, ci viene regalata da Florence Pugh (Alice), la protagonista, che riesce a trasformare anche una sceneggiatura mediocre in un’interpretazione che – di fatto – regge tutto il film. Ottima anche l’interpretazione di Chris Pine (Frank), che risulta carismatico e inquietante al punto giusto, come si addice al suo personaggio, che guida questa comunità reclusa. Menzione d’onore anche a Kiki Layne (Magaret), nonostante il suo limitato spazio all’interno della vicenda (un vero peccato).

Non soddisfa le aspettative, invece, la recitazione del protagonista maschile, Harry Styles: soprattutto messo a confronto con la sua controparte femminile, il cantante risulta davvero inesperto e non all’altezza nell’interpretare un personaggio così complesso come quello di Jack Chambers. Forse sarebbe meglio iniziare dal basso, con piccole comparse, e guadagnarsi con “fatica” un ruolo da protagonista – come fanno quasi tutti ad Hollywood. I produttori non hanno da preoccuparsi, però: Harry Styles vende, qualsiasi cosa faccia.

Complessivamente, quindi, “Don’t Worry Darling” non risulta essere un film che vale il costo del biglietto; rimane, però, un ottimo modo per passare due ore, perché scenografie, costumi e fotografia sono i suoi punti di forza. E’ un bel film da guardare, ma non riesce a raggiungere il suo scopo, perché – forse – si sforza troppo nel tentativo di farlo.

Per vivere le emozioni che questo film prometteva dai suoi numerosissimi trailer (davvero, ne sono tantissimi), forse sarebbe meglio rivedere (o vedere per la prima volta) i suoi “genitori”: gli intramontabili “The Truman Show” e “The Stepford Wives”, che non deludono mai.


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