Il fallimento dei referendum abrogativi (Prima parte)

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Fonte Immagine: Repertorio

Il Giudice Giovanni Falcone nel 1989 parlava già della necessità di divisione delle carriere

Se volessimo partire da un dato certo possiamo affermare che in tutta la nostra legislatura , sono stati 28 i referendum flop, senza quorum e perciò non validi, su 67 referendum abrogativi, e 39 quelli che hanno raggiunto il quorum.

Ci si è chiesti più volte il motivo del perché ,nella maggior parte dei casi , si presentasse questo fenomeno di assenteismo di massa. Diverse sono state le risposte o quanto meno, si è cercato di giustificare i molteplici fallimenti partendo dal presupposto che potesse in primis dipendere dall’interesse dei temi, ma anche dalla loro attualità. Ad esempio, dopo il disastro nella centrale nucleare di Fukushima , ai referendum del 2011, trainati da quello sul nucleare, andarono a votare il 54,9% di elettori, con quorum ampiamente raggiunto anche negli altri tre quesiti che riguardavano la gestione dei servizi pubblici locali a privati; la tariffa dell’acqua e il legittimo impedimento per le alte cariche dello Stato , quesiti , questi, che hanno ridato valore e credibilità all’istituto del referendum abrogativo.

Ma già nel 2005 , a partire dal  referendum sulla legge sulla procreazione assistita con ben 5 quesiti per abrogare altrettante parti della legge, si è  finito in un nulla di fatto.Solo il  25% di elettori andò a votare.

Dal 1946 a oggi sono stati 67 i referendum abrogativi: alcuni, come quello sul divorzio (1970) e sull’aborto (1981) hanno avuto percentuali altissime di affluenza. Il 79,4% l’aborto e l’87,7% il divorzio. Ma già l’ultimo referendum (17 aprile 2016) sulle trivelle, raggiuse appena il 31,18% di votanti: un fallimento assoluto per cui si è indicato un italiano su tre, come cittadini recatisi alle urne. Altro flop nel 2009 tre referendum sulla materia non popolare della legge elettorale.

Il 12 giugno, l’ election day del referendum giustizia, era giàstata altamente annunciata e prevedibile la percentuale dei votanti, ma che , addirittura,  al voto si recasse meno di un italiano su cinque, record storico di sempre per una consultazione elettorale, ha segnato una posizione contraria  dei cittadini italiani contro questo sistema di votazione. Gli italiani hanno disertato in massa bocciando ancora una volta questa modalità di utilizzo dello strumento referendario.

Si è più volte ipotizzato che la copertura mediatica sull’appuntamento del 12 giugno sia stata praticamente inesistente; di quanto i partiti abbiano essenzialmente evitato di affrontare la questione, di come la complessità dei temi, troppo tecnici,  oggetto del voto potesse avere un effetto repulsivo sui cittadini , di come la data scelta non fosse la migliore possibile per incentivare la partecipazione; di quanto l'attenzione sia stata catalizzata dalla guerra in Ucraina e dalle sue conseguenze nel breve e medio periodo.

L'affluenza è stata di  molto inferiore alla maggioranza degli aventi diritto al voto, di circa il 21 per cento. Per tutti e cinque i quesiti hanno vinto i Sì, ma il mancato raggiungimento del quorum ha reso il risultato inutile.

La tematica su cui si è principalmente battuto e che ha trovato la massima difficoltà a livello di approvazione ha riguardato la riforma del CSM, quesito tra l’altro che è stato oggetto più volte di votazione in camera e Senato trovando una opposizione elevatissima. Addirittura infatti la magistratura “minacciava” lo sciopero nel caso in cui la riforma  venisse approvata: la questione principale ha riguardato la divisione delle carriere. Il referendum richiedeva che i magistrati scegliessero ab origine tra funzione di giudice e quella di pubblico ministero, per evitare che durante gli anni ci fosse il passaggio continuo da un ruolo all’altro, quasi a perdere quel barlume di imparzialità che incardina questa figura.

Ebbene, la magistratura si è opposta con tutte le armi che ha avuto a disposizione ma al contempo sembra un paradosso ricordare come il Giudice Giovanni Falcone già nel 1989 teneva una lezione sulla necessità della separazione delle carriere.

Infatti,in un audio inedito del 1989 ritrovato da Serena Sartini, cronista di Askanews e collaboratrice del Giornale, il giudice ucciso a Capaci nel 1992 ricorda i rischi legati al nuovo ruolo del pm e la necessità di carriere separate tra inquirenti e giudicanti : “i pm dovranno «scendere dallo scranno del pubblico ministero seduto accanto alla corte, e per loro sarà un dramma, per sedersi sui tavoli della difesa accanto ai difensori. Perché? Perché saranno parte così come sarà parte la difesa privata». Falcone dunque aveva ben chiaro che la terzietà del giudice rispetto sia alla difesa che all’avvocato dell’accusa (come ama definirlo): «Perché in effetti è incompatibile l’azione con la giurisdizione: o chiedi l’accusa oppure giudichi», il pm dovrà creare il suo diverso - totalmente diverso - ambito mentale rispetto a quello di adesso. Avremo di fronte anche una polizia giudiziaria che da un lato sarà svincolata anch’essa da vecchi preconcetti e dall’altro sarà posta a fianco del pm». «E se è un brocco?», gli domandano gli interlocutori. «Se è un brocco sono guai, se è un brocco sono guai - ripete Falcone - Per questo dico che dovrà cambiare la mentalità e dovrà cambiare per voi come per noi. Altrimenti... saranno guai».

Ma dal 1989 al 2022, la nostra mentalità non è cambiata, e la necessità di una riforma giudiziaria è sempre più imminente…


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