Midsommar, il villaggio dei dannati

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Fonte Immagine: mubi.com

Un horror alla luce del sole

Ari Asetr è il regista di “Midsommar – Il villaggio dei dannati”, uscito nelle sale nel 2018 e ora disponibile su Prime Video. Un horror diverso da come ci si aspetta, senza suspense e senza jumpscare, che fa crescere però l’inquietudine e la paura in modo lineare, alla luce del sole e legato alle storie di folklore e paganesimo.

Il regista parte utilizzando presupposti come il lutto della protagonista Dani (Florence Pugh) e la relazione ormai morta che nonostante tutto continua e concentrandoli nei primi venti minuti del film, dove vige l’oscurità fotografica e intima della protagonista e del mondo del suo compagno Christian (Jack Reynor) dai cui amici lei è malvista e compatita. Nonostante questo il ragazzo deciderà di portarla con loro in Svezia, ospiti di un piccolo villaggio, denominato Harga, dove si festeggia il cosiddetto “Midsommar” che rappresenta la celebrazione del solstizio d’estate, il sabato che cade tra il 18 e il 26 giugno. La festività, che avviene una volta ogni novant’anni e dura esattamente nove giorni,  prevede che gli uomini costruiscano il cosiddetto “midsommarstang” ovvero un palo solido, alto e ornato da fiori simboleggiante la fertilità e l’amore, mentre le donne si occupano di preparare le tavolate e di cucinare i piatti tipici della tradizione. Oltre a questo però i protagonisti e gli altri ospiti assistono a rituali estremi e disturbanti come il sacrificio umano di due anziani, numerose persone che assistono e osservano l’amplesso dei forestieri e il condividere il dolore tutte assieme sia emotivo sia fisico.

Come in “Hereditary – Le Radici del Male, il precedente film del regista, con questo lungometraggio si racconta di un rito antichissimo e inevitabile. Le rune celtiche vanno a sostituire i sigilli demoniaci, mentre le danze fanno da cornice festosa al posto del lugubre dolore introspettivo e familiare del primo film. Ma l’obiettivo rimane lo stesso e tutto è deciso fin dalle prime inquadrature, oltre che essere annunciato da disegni che continueranno ad anticipare ogni cosa nel corso dello svolgimento, per rendere tutto palese ma inquietante. Un destino che ormai ha iniziato a compiersi e che non potrà finire in altri modi, se non quelli che lo spettatore già conosce.

Da sottolineare la meravigliosa interpretazione di Florence Pugh, che grazie alla mimica facciale e ai primi piani, porta lo spettatore a provare le sue stesse emozioni distinguendosi dagli altri, che dimostrano di non essere per nulla empatici con la ragazza.

Ari Aster cerca di percorrere nuove e originali vie del genere horror. Il vero terrore non risiede nell’oscurità o nella notte, ma nei sorrisi inquietanti degli abitanti di Harga. Non solo, le vicende si svolgono quasi interamente alla luce del sole, perché l’oscurità siamo noi. Infatti, tutte le scene più disturbanti sono girate sotto i raggi solari, denotando sicuramente una capacità del regista nel far spaventare lo spettatore mettendo in atto un ambiente non comune al genere, accostando ad oggetti comuni e considerati positivi come fiori qualcosa di inquietante. L’obiettivo del regista risiede nel dare alla paura un senso di quotidianità e di onnipresenza, rinunciando a spaventare nel vero senso della parola, lasciando però liberare l’angoscia. Inoltre, tenta di far riflettere sulla capacità di comprendere le usanze e le tradizioni di culture diverse dalla propria, portando all’estremo tali concetti attraverso rituali disturbanti, ma ciò che è diverso incuriosisce e al tempo stesso inquieta.

Questo lungo viaggio bucolico di due ore e venti minuti è accompagnato magistralmente dalla colonna sonora scritta da The Haxan Cloak, caratterizzata da archi, gong e piatti dal registro alto tesi a rappresentare l’intero dolore di Dani e quel lavaggio del cervello che gli “hargani” vorranno mettere in atto, oltre la presenza di respiri incessanti, canti e gemiti che The Haxan Cloak ha voluto utilizzare per dare un senso di disagio profondo lungo tutto Midsommar.


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