Operazione Mistero: il delitto Montesi

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Fonte Immagine: CorrieredellaSera

Storie di donne vittime di violenza. La morte, il giallo, lo scandalo e un processo senza fine.

Il pediluvio fatale

Wilma Montesi nasce a Roma nel 1932, in una famiglia piccolo borghese, composta da padre, madre, fratello e un’altra sorella, in una casa modesta, al numero 76 di via Tagliamento. Wilma è una ragazza molto bella, pudica e religiosa, animata da un interesse verso il mondo del cinema coltivato sin dalla tenera età. All’accadere dei fatti, la Montesi è impegnata con la preparazione delle sue nozze con l’agente di polizia col quale da tempo è fidanzata, Angelo Giuliano, allora distante per lavoro.

Il pomeriggio di un 9 aprile qualunque, Wilma, dopo aver rifiutato un invito al cinema con sua madre e sua sorella, esce di casa intorno alle 17.30, incamminandosi verso la stazione più vicina, dove sale su un treno diretto a Ostia.

Corre l’anno 1953, quando di sabato 11 aprile, alla vigilia di Pasqua, un giovane corpo femminile viene ritrovato seminudo sul bagnasciuga di Torvajanica, dall’operaio Fortunato Bettini. Solo un mese e un giorno dopo però, a quel cadavere è possibile ricondurre nome e cognome; è Wilma Montesi la giovane donna ritrovata senza vita, privata dei suoi abiti dal bacino in giù, che giace rivolta verso la sabbia, immersa solo della parte superiore, sulla riva. E’ dovuta al suo fidanzato Angelo Giuliano l’identificazione del corpo,

Il caso viene chiuso solo cinque mesi dopo, a seguito di una dichiarazione di decesso avvenuto per sincope da pediluvio svolto erroneamente, e cioè in periodo mestruale: sua sorella Wanda, ultima assieme alla madre ad aver visto Wilma viva, riferisce infatti agli inquirenti dell’eczema tallonare, genetico, che affligge le due. Subito l’assenza di calzature e indumenti della parte inferiore del corpo viene ricondotta al tentativo della giovane di immergere i piedi nell’acqua per provare sollievo; gesto che l’avrebbe condotta a perdere i sensi, cadendo a peso morto nell’acqua, dov’è poi annegata. L’ipotesi d’incidente, dunque, viene presa per valida, accolta oltretutto fortemente dai familiari; così il caso viene archiviato.

La stampa resta però scettica, e mentre gli inquirenti chiudono le indagini, i giornalisti ne avanzano delle proprie: iniziano così a comparire i primi nomi di personaggi noti, tra cui quello del musicista Piero Piccioni, figlio dell’allora ministro degli Esteri. L’ipotesi è quella che Wilma avrebbe partecipato a una festa in una villa a Capocotta, di proprietà di Ugo Montagna, durante la quale la ragazza, inesperta con droghe e alcool, avrebbe perso la vita in seguito a un miscuglio fatale, venendo poi trasportata sulla spiaggia.

Ad appesantire le accuse è il successivo intervento di Anna Maria Moneta Caglio, la figlia di un importante notaio milanese, coetanea della Montesi, che in ben due testimonianze valida l’ipotesi di un festino finito male, suggerendo agli inquirenti dei legami tra Wilma e alcune importanti personalità del tempo: arriva dunque ad affermare che quest’ultima fosse la nuova amante di Montagna.

Il caso ha acquisito evidente portata nazionale, sorretto dall’alternarsi di scandali e complotti, fino a essere riaperto il 26 marzo 1954, con l’arresto di Piero Piccioni, per omicidio colposo, e Ugo Montagna per complicità.

Nel frattempo a essere accusato è anche lo zio della vittima, il giovane Giuseppe Montesi, ritenuto da sempre innamorato di Wilma; quest’ultimo ha fomentato i sospetti col suo atteggiamento sfuggente, in quanto ha cercato di coprire il suo alibi vero. Quella notte si trovava infatti con la sorella di sua moglie.

Il 28 maggio 1955, appena più di un anno dopo, però il tribunale ha dichiarato gli imputati innocenti.

La verità sull’andamento degli eventi resta ancora sconosciuta.


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