Operazione Mistero: la belva di Via San Gregorio

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Fonte Immagine: Il giornale

L’appuntamento settimanale del Corriere della Campania con storie di delitti familiari e crimini efferati.

Caterina Fort, da tutti soprannominata Rina, nasce il 28 giugno 1915 a Santa Lucia di Budoia, in provincia di Pordenone; sin dall’infanzia la sua vita si dimostra complessa e travagliata. Rina perde il padre in giovane età, quando quest’ultimo, nel tentativo di aiutarla a valicare un passaggio difficile, cade in un crepaccio durante un’escursione in montagna. In seguito la sua casa viene colpita da un fulmine ma lei, sepolta dalle macerie, riesce a sopravvivere.

A vent’anni si fidanza, ma poco prima delle nozze il suo fidanzato muore di tubercolosi. Convoglia definitivamente a nozze con Giuseppe Benedet, suo compaesano, che sin dal principio inizia a mostrare segni di squilibrio mentale; la prima notte di nozze, infatti, la lega al letto per arrecarle violenza fisica. E’ allora che Rina, ottenuta la separazione, decide di trasferirsi da sua sorella a Milano; qui inizia a lavorare come commessa presso il negozio di tessuti di Giuseppe Ricciardi, titolare con cui, da un iniziale rapporto di lavoro, Rina arriva a intraprendere una vera e propria relazione, extraconiugale.  La loro relazione volge al termine solo una volta quando la moglie di Ricciardi, come lui di origini siciliane, decide a sua volta di trasferirsi da Catania a Milano a seguito di voci scomode sul conto del marito, costretto a interrompere qualsiasi relazione con la Fort, al punto da licenziarla.

La mattina del sabato 30 novembre 1956, la nuova commessa dei Ricciardi, Pina Somaschini, si reca, come ogni mattina, dalla signora Pappalardo, moglie del Ricciardi, per recuperare le chiavi del negozio. Quella mattina però è ben diversa dalle altre: la Somaschini, infatti, mettendo piede nell’appartamento dei Ricciardi, si ritrova catapultata su una vera e propria scena del crimine; la Pappalardo e i suoi tre figli giacciono senza vita in angoli diversi della casa, tra tracce di vomito e di materia celebrale. Giuseppe Ricciardi, al momento fuori per lavoro, è il primo a essere avvisato dell’accaduto. Dalla sua bocca, subito, esce un unico nome: Rina Fort.

La polizia la recupera dalla pasticceria presso cui al tempo lavora, e la porta in questura; Rina viene interrogata per ben 17 ore di fila, prima di crollare, dopo ore di negazione. Così, la trentunenne confessa.

Il venerdì notte del freddo 29 novembre 1956, Rina Fort si aggira per il quartiere di via Tenca, vagando con una meta ben precisa, fino a recarsi all’appartamento numero 40 di via San Gregorio, dove al tempo abita la famiglia Ricciardi, composta dal signor Giuseppe Ricciardi (ex amante di Rina),  Franca Pappalardo in Ricciardi (moglie di Giuseppe) e dai loro tre figli, Giovanni di 7 anni, Giuseppina di 5 anni e Antonio di 10 mesi.

Secondo la ricostruzione dei fatti, Rina viene accolta in casa dalla signora Pappalardo, al corrente della relazione tra la donna e suo marito, che con le buone intenzioni decide di affrontare la situazione con la maturità di una madre di famiglia. Ma Rina, in un momento di rabbia ed eccitazione dato dall’alcool, si avventa sulla donna con una spranga presa dalla cucina, infliggendole ben 18 colpi. Anche Giovannino, nel tentativo di proteggere sua madre, diviene vittima della furia omicida di Rina, che lo scaglia contro il muro, colpendo anche lui di continuo. Una volta in cucina, Rina colpisce ripetutamente anche Pinuccia e infine Antoniuccio, questa volta in un solo colpo, spaccandogli la testa. Accorgendosi che sono ancora tutti vivi, la Fort prende dei pannolini, li imbeve di ammoniaca e glieli infila in bocca. Infine, esce dall’appartamento e torna a casa.

Rina rilascia in seguito altre dichiarazioni, tutte confuse, ma con una sola certezza; quella di non aver toccato lei i bambini. In aula, il 10 gennaio 1950, la difesa tenta di appellarsi all’infermità mentale della donna, invano. Il 9 aprile 1952 Rina Fort viene condannata all’ergastolo, considerata l’unica colpevole per il quadruplo omicidio, sebbene la traccia di evidenti lacune che lasciano pensare all’impossibilità della donna di agire da sola. Rina Fort continuerà a dichiararsi innocente in merito all’assassinio dei tre bambini.

In carcere, chiede e ottiene il perdono della famiglia Pappalardo, mentre Giuseppe Ricciardi si rifà una vita, con una nuova moglie e un nuovo figlio.

Nel 1975, Caterina Fort torna libera.


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