Revenge Porn

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Fonte Immagine: Repertorio

Quando l'amore si vendica

Con l’evoluzione e lo sviluppo sociale non son cambiate solo le modalità di rapportarsi agli altri, di interagire, conoscersi e frequentarsi, ma sono cambiati anche i crimini e i reati che vengono commessi, uno tra tanti, il Revenge Porn. Termine proveniente dalla lingua inglese, che sta ad indicare la condivisione pubblica, di video o di immagini, intime tramite internet, senza il consenso delle persone rappresentate. Ad oggi 2 milioni sono in Italia le vittime, ed il reato è punito con una reclusione da uno a sei anni e una multa da 5.000 a 15.000 euro.

Ma chi sono quelle persone che si fotografano e chi quelle che inoltrato ciò che hanno ricevuto?

Fidanzati, conoscenti, frequentanti, sesso, petting, baci, carezze, ognuna di queste parole denota la presenza di una relazione intima e sessuale tra due persone, e se essa perdura per un tempo più o meno lungo, è spesso caratterizzata dalla presenza di fiducia nell’altro. E può quindi capitare che una sera si decide di rimanere a casa e di mandare un video carino al proprio partner, una fotografia che riprenda la sensualità, il piacere.

Nell’epoca della piena condivisione, troviamo modi per accorciare le distanze.

Poi ci sono strade che si dividono, amori e frequentazioni che si perdono; la rottura di una storia, che per milioni di persone può essere la normalità, portare si sofferenza, ma anche opportunità di cambiamento, diventa invece solo una cattiveria della quale vendicarsi.

Si pubblica su siti quei video e quelle foto che custodivano gelosamente, si apportano modifiche, si inoltrano all’intera rete, si ricatta chiedendo sempre più soldi per non diffondere il materiale.

E se l’ex lasciato è un uomo, in questo modo riafferma il proprio ruolo di genere, maschio alfa superiore, che si credeva di abbattere con un torto, progetta la vendetta subdola e meschina.

In qualsiasi di queste situazioni si ha un controllo e potere sulle proprie vittime.

Il forte impatto emotivo le logora da dentro. Senso di colpa per aver inviato video e foto ad una persona che amavano, di cui avevano fiducia; la società patriarcale che ricorda loro di non essere vittime, ma di essere carnefici di sé stesse, delle poco di buono.

Cosi, ulteriormente stigmatizzate, violate, escluse, isolate, si nascondono, si rifugiano dalla società circostante, restando nel calore e nell’affetto delle poche persone che sono rimaste vicine.

Non sempre questo basta, l’amica sincera, i genitori, i fratelli e le sorelle che fanno rete comune, possono non essere sufficienti a dare nuova speranza, a far notare quel filo di luce che entra dalla finestra della loro stanza. Vari studi effettuati in questi anni, in cui il fenomeno è aumentato tra tutte le fasce d’età, hanno evidenziato che le donne vittime riportavano sintomi, che interferiscono con il loro quotidiano, da disturbo da stress post - traumatico, ansia, depressione, comportamenti disfunzionali, come autolesionismo e abuso di alcol, pensieri suicidari.

Un danno lungo duraturo, che va ad intaccare tutte le relazioni, in particolare quelle sentimentali, che vengono tenute sotto controllo, vissute con continui timori e un grande senso di nullità ed impotenza di fronte a un macigno che le ha travolte e non fa desiderare di spostarlo, pur di rimanere lì, come se fossero protette, per il terrore di essere riconosciute da qualsiasi passante che le guardi.

Spesso qualcuna ha denunciato, ha sperato che la giustizia facesse il suo corso; spesso il tatto con cui toccare questi argomenti è mancato anche negli ambiti istituzionali; spesso queste donne non ce l’hanno fatta e hanno preferito il buio eterno. Prevenzione, ascolto attivo, istituzioni meno patriarcali, e utopiche società non patriarcali, farebbero camminare tutte le donne a testa alta, sarebbero un aiuto per far affrontare percorsi di aiuto e riprese, con i tempi giusti, che permettano di abbattere il buio e fare entrare la luce.

Infondo se si cerca bene, nessuna è SOLA!


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