Sassuolo, nel 2009 uccise la moglie buttandola nel fiume, è in semilibertà

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Fonte Immagine: laRepubblica

Tolse la vita alla moglie 30enne con una pietra, adesso offre 50 euro al mese di indennizzo alla suocera.

Attraverso una missiva inviata dai suoi legali, l’assassino di Giulia Galiotto informa i genitori della ragazza che gli è stata concessa la semilibertà e si propone, appunto, il versamento di 600 euro l’anno. La madre di Giulia «Questa non è giustizia!».

Sono passati tredici anni da quando l’assassino di Giulia Galiotto, condannato a diciannove anni per averla uccisa, ottiene la semilibertà e l’affido ai servizi sociali per la messa alla prova, già questo per la famiglia della ragazza è uno smacco, ma leggendo la lettera dei legali essi scoprono che, l’uomo per riavvicinarsi agli affetti di cui il carcere lo ha privato, offre ai suoceri una somma di cinquanta euro mensili di indennizzo. Per la madre di Giulia è come rivivere la morte della figlia e dichiara “Questa non è giustizia!”.

Nel 2009 uccise la moglie 30enne con una pietra buttandola nel fiume, ora è in semilibertà

Sassuolo, la famiglia di Giulia Galiotto protesta: "Quella notte ci prese anche in giro, che giustizia è?"

Ricostruiamo la dinamica dell’omicidio. Nel 2009 uccise a Sassuolo, nel Modenese, la moglie Giulia Galiotto, colpendola alla testa con una pietra e gettò il corpo della donna nel fiume Secchia, inscenando un suicidio per nascondere il delitto. Condannato in via definitiva  a 19 anni e quattro mesi nel 2013, Marco Manzini, perito elettrotecnico oggi 48enne, da febbraio è in semilibertà, in prova ai servizi sociali. Il fine pena, fissato nel 2028, è stato anticipato al 2025.

I genitori di Giulia Galiotto, morta a trent’anni, hanno saputo della concessione a Manzini della semilibertà da una lettera degli avvocati dell’uomo in cui si annuncia che nei limiti delle sue disponibilità economiche l’uomo verserà loro 600 euro l’anno in ottica “di manifestazione della volontà di avvicinamento del Manzini ad un’ipotesi di mediazione penale”.

Quella notte - ricorda la madre di Giulia Galiotto, Giovanna Ferrari - dopo aver ammazzato mia figlia, ci ha chiamato prendendoci in giro. Oggi chi ci garantisce che questo individuo non ci venga a cercare? Abbiamo scoperto che lavora a tempo indeterminato in un’azienda: quindi la giustizia continua a prendere in giro chi ha subito. A noi non interessano i soldi: ciò che uccide nuovamente Giulia è quella che qualcuno osa chiamare giustizia”.

Senza dubbio i timori della donna sono leciti, oltre alla reazione emotiva che la vede rivivere il dramma della morte della figlia. Ma cos’è la mediazione penale? La mediazione può consistere in un modo per trattare le relazioni conflittuali che sorgono nei vari ambiti della vita sociale. Questo tipo di mediazione, che comprende programmi di mediazione tra vittime e autori di reato, va al di là della negoziazione e della conciliazione.

In mediazione penale, dove l’asimmetria delle parti costituisce un fattore specifico, lo scopo è quello di far avvicinare ciò che di regola è considerato inavvicinabile, ossia la vittima e il reo, e di accogliere ciò che non trova accoglienza nella nostra società, ossia la sofferenza e il disordine, che consente ai protagonisti di comprendere lo svolgersi degli eventi, la loro responsabilità, e scoprire la propria capacità di cambiare atteggiamento.

Tale trasformazione avviene quando viene toccata la parte più elevata dell’uomo, quella spirituale.

Regolata e disciplinata diversamente a seconda dei suoi diversi ambiti di applicazione, la mancanza di chiarezza sul concetto stesso di mediazione ha causato diffidenze e resistenze ingiustificate.

La Mediazione Penale, alla luce delle linee guida della Raccomandazione n° 19 (99) del Consiglio d’Europa è un “procedimento che permette alla vittima e al reo di partecipare attivamente, se vi consentono liberamente, alla soluzione delle difficoltà derivanti dal reato con l’aiuto di un terzo indipendente (mediatore)”, tuttavia nel caso specifico proprio la natura della mediazione penale, appare un cavillo giuridico per evitare di scontare la pena.


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