Un milione di dubbi sulla scelta di Occhiuto di aumentare il compenso dei manager della sanità

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Fonte Immagine: regione.calabria.it

La scelta di restituire il 20% della retribuzione ai manager della sanità calabrese non convince nessuno sembrando ai più soltanto l’ennesimo regalo della politica a chi ha meno bisogno

Nella gestione politica delle regioni  quando si parla di sanità si finisce per toccare sempre uno dei tasti più dolenti, specie quando il ragionamento si riferisce alla realtà delle regioni meridionali,  dove ovunque si assiste come caratteristica comune a un elevato dispendio di risorse finanziarie senza che gli standard del servizio offerto raggiungano mai un livello accettabile. Quello che è vero un po’ per tutta la parte meridionale dell’Italia, seppure con i dovuti distinguo,  è ancora più vero per la Calabria dove la situazione della sanità continua ad essere catastrofica senza mostrare  alcun tangibile segnale di ripresa, nonostante il prolungato e ripetuto commissariamento  dell’intero settore e dove alla cattiva gestione amministrativa si accompagna l’evidente e certo fenomeno dell’ infiltrazione malavitosa.

La fotografia della sanità calabrese.

La fotografia della sanità della regione è impietosa nel mostrare lo stato di assoluto dissesto  in cui versa l’intero settore. Rete ospedaliera ridotta ai minimi termini, scarsità di posti letto,carenza di personale, livello di assistenza essenziale ben al di sotto dei limiti minimi, smantellamento per infiltrazioni mafiose di intere aziende sanitarie provinciali di cui non si conoscono nemmeno i bilanci per ricostruirne in qualche modo la contabilità.Stato di cose che ha indotto, ormai da anni, i calabresi ad uscire fuori della loro regione anche per interventi di modesta gravità alla ricerca, il più delle volte, in Lombardia di un’adeguata assistenza. Questa è la situazione venuta fuori dopo 12 anni in cui i diversi commissari scelti dal governo centrale  si sono alternati, profumatamente pagati, con  il mandato di  risanare l’intero settore o quanto meno di garantire un’inversione di tendenza. Missione fallita sotto ogni aspetto visto che  a crescere sono stati solo i debiti di cui,addirittura, bisognerà attendere ancora un po’ di tempo per arrivare a una stima definitiva. A tal proposito tuttavia, però, già si parla di una stima presunta che conduce alla cifra di un  disavanzo non  inferiore ai 130 milioni di euro, un risultato estremamente negativo a cui si è arrivati senza migliorare la qualità dei servizi,  rimasti sempre sotto il livello minimo pur avendo, nel contempo, inasprito via via le  aliquote fiscali a danno dei cittadini che si sono trovati, quindi,  a pagare di più senza avere alcun ritorno sotto il profilo del miglioramento dei servizi sanitari. È  questa la situazione con la quale il nuovo presidente della regione Calabria, il forzistaOcchiuttiè stato chiamato a confrontarsi in prima persona essendo commissario ad acta della sanità regionale.

Il provvedimento finito  nell’occhio del ciclone.

Prima di prendere in esame  il provvedimento che ha suscitato l’ indignazione generale è il caso di fare alcune  puntualizzazioni preliminari. Sicuramente ad Occhiuto, a pochi mesi dal suo insediamento, nessuno poteva chiedere che risolvesse in un sol colpo tutti i mali che attanagliano la sanità calabrese ma ciò non esclude che già dai primi passi, essendo molto  alto il livello di attenzione sulla questione, il governatore sia esposto a critiche , anche particolarmente feroci, per provvedimenti ritenuti poco consoni alla soluzione del problemase non del tutto inopportuni. Anche a voler evitare la naturale demagogia in cui spesso e volentieri si finisce per inciampare quando si parla di sanità è doveroso, tuttavia, alcune volte focalizzare l’attenzione su provvedimenti che potenzialmente sembrano poco in linea con il sentire comune e che oltre a condurre ad un aperto e diffuso dissenso finiscono per sfociare in vera e propria indignazione. Questo è quello che è successo all’indomani della decisione del governatore Occhiutodi abrogare una legge risalente al 2009attraverso la  quale si riduceva gli stipendi dei direttori generali delle Aziende sanitarie a 167mila euro lordi l’anno. Decisione che riassegna ai direttori e ai vertici delle  ASP quel 20% che nel 2009 gli fu tolto riportando così  i loro emolumenti in linea con il resto del paese a 209mila euro. Un vero e proprio colpo di spugna rispetto a quel provvedimento del 2009  voluto dal governo regionale di centro-sinistramotivato sulla base dell’esigenza di restituire attrattiva professionale alla sanità regionale evidentemente ritenuta poco interessante per profili professionali adeguati e all’altezza  rispetto ai compiti da svolgere e alle responsabilità da assumere.

Un polverone annunciato.

Nel perdurare dello stato comatoso della sanità regionale il provvedimento adottato dal governatore, come era ampiamente prevedibile, ha finito per alzare un vero e proprio polverone, alimentato anche dalla velocità con cui si è compiuta la sua adozione in un periodo di distrazione generale dovuto al mese di agosto. Le stesse motivazioni addotte dal governatore e dalla maggioranza di centro-destra che regge l’amministrazione regionale basate sul paradigma dell’attrattività degli incarichi manageriali nel settore della sanità ha convinto sostanzialmente poco. Ai più il provvedimento è apparso semplicemente l’ennesimo regalo che la politica ha inteso fare alla classe manageriale non condividendo affatto il ragionamento secondo il quale l’aumento retributivo avrebbe significato la risoluzione dei problemi della sanità attraverso  il reclutamento di manager di prim’ordine. Manager che ragionando con questa logica si guarderebbero bene da assumere incarichi così gravosi e a volte anche pericolosi con la “misera” retribuzione di 167mila euro lordi all’anno.

In una situazione come quella attuale dove la sanità calabrese raggiunge il livello minimo di decenza solo grazie all’abnegazione di quanti operano quotidianamente sul campo tra mille difficoltà diventa davvero difficile far passare una misura che premia i vertici dell’organizzazione sanitaria senza la minima considerazione della base operativa costituita da medici ed infermieri e altri operatori che si confrontano tutti i giorni con una realtà deprimente ed insostenibile.

Che tutte queste obiezioni possano, poi, neutralizzarsi sotto la comune etichetta di una demagogia spicciola sembrerebbe in linea di principio davvero troppo e soprattutto non renderebbe giustizia a un sentire comune e prevalente nelle migliaia di utenti che sostengono i costi di un’organizzazione semplicemente imbarazzante sotto il profilo degli standard qualitativi del servizio offerto.

Uno scherzo da 1 milione di euro.

Mentre permangono i dubbi sulla correttezza del ragionamento sotteso alla scelta di ritoccare al rialzo i compensi delle posizioni di vertice dell’organizzazione sanitaria regionale quello su cui non ci sono dubbi è che l’operazione comporterà sicuramente un aggravamento sotto il profilo dei costi rispetto ai quali saranno ancora una volta i cittadini comuni chiamati a provvedere. A tal proposito si può affermare che l’eliminazione della riduzione del 20% peserà nel computo generale dei  costi della regione  più di 400mila euro per l’anno in corso, mentre a partire dal prossimo 2023 l’aumento delle retribuzioni graverà per quasi 1 milione di euro all’anno sulle casse obbligando a prelievi più corposi dal Fondo sanitario regionale. Non proprio uno scherzo…


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